Bologna 2 Agosto 1980
“Di seguito una serie di articoli sulla tremenda strage alla stazione di Bologna il 2 Agosto del 1980. E’ un dovere di tutti non dimenticare e mantenere viva la memoria di tutte le vittime e dei feriti, affinchè non si ripetano le condizioni favorevoli a gruppi di scellerati delinquenti fascisti, cui la vita di innocenti non importa nulla.
Circolo Culturale Proletario di Genova”
Bologna 1980: strage fascista e imperialista
La strage compiuta alla stazione di Bologna quaranta anni fa, il 2 agosto 1980, fu il culmine della strategia del terrore nel nostro paese, uno dei più gravi massacri terroristi avvenuti in Europa nel secondo dopoguerra.
L’esplosivo di origine militare collocato nella sala d’aspetto della seconda classe, uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Una vera e propria operazione di guerra, premeditata e annunciata (tre giorni prima vi fu una mancata strage al Comune di Milano).
Le sentenze giudiziarie hanno individuato gli esecutori della strage in una banda di fascisti, tra cui Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, oggi entrambi liberi pur essendo colpevoli di 96 omicidi.
Sono stati condannati ufficiali del Sismi, il generale Pietro Musumeci e il ten. colonnello Giuseppe Belmonte, assieme a Licio Gelli e a Francesco Pazienza, per le attività di depistaggio.
Basta osservare questo connubio per comprendere quale apparato ha agito nella strage di Bologna.
L’intoccabile Gelli era il capo della Loggia massonica P2, una sorta di “governo parallelo” direttamente collegato agli USA. Recentemente la procura di Bologna lo ha indicato come l’organizzatore e il finanziatore della strage assieme al suo braccio destro Ortolani, il senatore fascista Tedeschi e il prefetto D’Amato, capo dell’ufficio affari riservati del Viminale.
Il “faccendiere” Pazienza, oltre a essere un collaboratore del Sismi, era in strettissimi rapporti con i repubblicani USA e con il generale Haig, già vice di Kissinger, comandante della NATO in Europa e segretario di Stato USA.
Gli alti ufficiali del Sismi sono sempre stati gestiti dalle strutture atlantiche, in funzione del mantenimento di equilibri funzionali agli USA, della provocazione, della disinformazione e dell’inquinamento delle indagini per non far emergere la verità.
Quanto ai fascisti non si tratta di semplici “manovali del terrore”, ma di elementi inseriti negli apparati dello Stato, killer al soldo della P2, agenti di Gladio (la Stay Behind italiana, struttura segreta composta da militari e civili, dipendente dalla CIA), attivati da queste strutture per compiere attentati, tentativi di golpe, stragi.
Ciò ci consente di trarre una prima conclusione sulla matrice della carneficina.
Nella strage di Bologna si sono attivati come preparatori, esecutori e depistatori dei criminali appartenenti a un network della strategia della tensione e del terrore creato in Italia durante il secondo conflitto mondiale, composto da fascisti, piduisti, apparati dei servizi, delle forze armate e “dell’ordine”, politicanti e alti burocrati reazionari, alte gerarchie ecclesiastiche, massoneria, banchieri, mafia, camorra e altre organizzazioni criminali.
Una struttura illegale, coperta dal segreto di Stato, il cui collante era la P2, la cui direzione e controllo sono sempre stati nelle mani dell’imperialismo USA, attraverso le sue articolazioni: governo federale, Dipartimento di Stato, ambasciate, Pentagono, NATO, CIA e altri servizi segreti militari statunitensi (la “piramide superiore”, mai individuata nei processi).
Questo apparato – occulto ma non “deviato” in quanto svolge fedelmente un compito essenziale per la difesa dell’ordine borghese interno e internazionale - ha ispirato, pianificato, attuato e coperto tutte le stragi avvenute nel nostro paese, che sono legate da unico filo conduttore: destabilizzare per stabilizzare la situazione in modo favorevole ai settori più reazionari della borghesia e agli interessi statunitensi, bloccare sviluppi politici e sociali a favore della classe operaia e delle masse popolari.
La strage di Bologna è il crimine più efferato commesso da quest’apparato di terrore e di guerra, che all’interno della sua strategia perseguiva obiettivi politici specifici, ben inseriti nel contesto politico dell’epoca.
In Italia era in carica il secondo governo presieduto dal “sovraintendente” della Gladio, Francesco Cossiga, sostenuto da DC, PSI e PRI, zeppo di piduisti, allora presenti in ogni ganglio dello Stato, dell’economia, dei media.
Con la strage di Bologna, che ha generato paura, insicurezza e allarme sociale, si creavano condizioni favorevoli alla trasformazione reazionaria dello Stato, in linea con il piano di “Rinascita democratica“ della P2, esplicitato da Gelli due mesi dopo in un’intervista: Repubblica presidenziale, revisione completa della Costituzione e cancellazione dello Statuto dei lavoratori.
Uno Stato autoritario e poliziesco, per spianare la strada ai padroni (pochi mesi dopo la strage ci fu la sconfitta operaia alla Fiat), limitare le stesse libertà democratico-borghesi, mantenere e rafforzare al potere i gruppi oligarchici che erano i beneficiari del piano eversivo della P2, che ancora oggi ispira i politicanti borghesi.
Ma la sola lettura interna non è sufficiente per capire come dietro la strage vi fosse una convergenza di interessi e obiettivi più complessa e vasta.
Nel 1980 la superpotenza americana era impegnata in un’offensiva strategica per vincere la guerra fredda e imporre la sua incontrastata egemonia mondiale.
Si diffondeva nel mondo il neoliberismo, veniva eletto il papa anticomunista Wojtyla per disgregare il blocco dell’est; l’instabilità internazionale e l’escalation militare vedevano un ulteriore aggravamento con lo schieramento - anche in Italia, punto cruciale della guerra fredda - degli euromissili americani puntati contro un’Unione Sovietica che, avviata da tempo sulla strada del revisionismo, si impantanava nella guerra afgana e andava verso la dissoluzione.
L’impegno italiano sugli euromissili era incerto e il consenso politico fragile. La CIA temeva che gli euromissili sarebbero divenuti merce di scambio nei negoziati interni al circo politico italiano per la formazione di un nuovo governo.
Si era inoltre in un momento in cui la diplomazia italiana ed europea, per perseguire i propri interessi durante la seconda crisi petrolifera, invitava al dialogo euro-arabo sui problemi energetici e si mostrava ipocritamente favorevole alla causa palestinese. Nella dichiarazione di Venezia del Consiglio europeo del 13 giugno 1980, nella quale si cercavano di tenere insieme differenti e concorrenti interessi di diverse frazioni della borghesia imperialista, per la prima volta si riconobbe il diritto all'autodeterminazione dei palestinesi.
Tali scelte politiche non erano tollerate né dagli USA, che attaccarono la dichiarazione, né da Israele, che reagì proclamando Gerusalemme capitale “eterna e indivisibile” dello Stato sionista.
Il 27 giugno 1980 avvenne la strage di Ustica. Un DC9 dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo fu abbattuto lungo un’aerovia dove vi era un intenso traffico militare: caccia della NATO impegnati in un’operazione contro un “paese ostile” (la Libia di Gheddafi). 81 i morti, “danno collaterale” di un’azione di guerra non dichiarata nel Mediterraneo, regione dove si scaricavano le tensioni internazionali. Una strage nascosta dallo Stato per decenni dietro un cinico muro di gomma.
In questo scenario si colloca la strage di Bologna, che può essere letta come un terribile avvertimento e un feroce condizionamento volti a stroncare qualsiasi gioco su più tavoli, qualsiasi politica contrastante con gli interessi atlantici e ribadire il principale “vincolo esterno” del nostro paese.
Questo anche a costo di un conflitto fra forze e apparati della borghesia italiana che ha comunque sempre seppellito sotto la “doppia lealtà” l’individuazione dei mandanti e dei moventi delle stragi, gettando nel fango l’indipendenza e la sovranità popolare.
La piena verità e la giustizia su Bologna, come su Ustica e le altre stragi, non potrà arrivare dalla magistratura o da altre istituzioni borghesi. Ciò metterebbe in discussione gli assetti di potere vigenti e la collocazione internazionale dell’Italia, potenza imperialista subordinata agli USA. La sovranità limitata, la stretta sorveglianza e le gravi restrizioni della libertà politica cui è sottoposto il nostro paese, sono sempre state accettate dalla classe dominante come condizioni per proteggere il suo sistema di sfruttamento, opprimere e rapinare i popoli dipendenti.
Mentre continuiamo a lottare per denunciare e smascherare le trame reazionarie e stragiste, squarciare il muro di protezioni, reticenze e omertà politiche che hanno coperto mandanti ed esecutori delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, mentre solidarizziamo con i familiari delle vittime, affermiamo che solo il proletariato, conquistando il potere politico e divenendo forza dirigente nel nostro paese, potrà fare finalmente chiarezza sulle stragi, abolire il segreto di Stato e pubblicare i protocolli segreti, farla finita con gli apparati del terrore e le basi di guerra USA e NATO, che sono costati tanti lutti e tante disgrazie per il nostro popolo.
Coordinamento Comunista Lombardia (CCL) – coordcomunistalombardia@gmail.com
Coordinamento comunista toscano (CCT) – coordcomtosc@gmail.com
Piattaforma Comunista - per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia – teoriaeprassi@yahoo.it
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Bologna, i dollari della P2 ai fascisti per la strage
Saverio Ferrari, 02.08.2020, “Il Manifesto”
2 Agosto . A quarant’anni dai fatti le conclusioni della nuova inchiesta su mandanti e altri esecutori
Stazione di Bologna, 2 Agosto 1980
© lapresse
Molte e rilevanti sono state le novità di questi ultimi mesi sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica: 85 morti e 200 feriti.
Prima, il 9 gennaio scorso, è arrivata, dopo 52 udienze e due anni di dibattimento, la sentenza in primo grado emessa dalla Corte d’assise di Bologna di condanna all’ergastolo per l’ex Nar Gilberto Cavallini, per concorso in strage con Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già sentenziati in via definitiva. Poi, il 10 febbraio, l’avviso di conclusione delle indagini da parte della Procura generale di Bologna per la nuova inchiesta apertasi sui possibili mandanti, seguito, il 19 maggio, dalla richiesta di rinvio a giudizio per Paolo Bellini, ex Avanguardia nazionale, quale ulteriore esecutore, per l’ex capitano dei carabiniere Piergiorgio Segatel e l’ex capo del Sisde (il servizio segreto interno) di Padova Quintino Spella, accusati entrambi di aver ostacolato le indagini.
In questo ambito sono stati individuati come mandanti e finanziatori della strage: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Umberto Federico D’Amato (per 20 anni al vertice dell’Ufficio affari riservati) e Mario Tedeschi (ex senatore missino e direttore de Il Borghese), tutti iscritti alla P2, non più perseguibili in quanto ormai defunti.
GIÀ NEL PROCESSO a Gilberto Cavallini erano stati riscontrati alcuni fatti di notevole importanza. Tra questi, i rapporti intercorsi tra le nuove leve del terrorismo nero, segnatamente i Nar, e i vecchi dirigenti di Ordine nuovo (fra loro Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Brescia del 1974) e quelli di Avanguardia nazionale, ma soprattutto il possesso da parte dei Nar di decine di tesserini ufficiali dei carabinieri forniti dal colonnello Giuseppe Montanaro appartenente alla P2, nonché la disponibilità da parte di Cavallini di numeri telefonici in uso all’ufficio Nato presso la sede della Sip di Milano.
Ora, da ciò che è trapelato dalla documentazione raccolta dalla Procura generale di Bologna, si sarebbe arrivati alle prove dell’avvenuta regia da parte della P2 nell’organizzare la strage e gli innumerevoli successivi depistaggi, architettando false piste soprattutto internazionali per proteggere i Nar. In questo ambito sono stati acquisiti i riscontri dei finanziamenti dell’intera operazione, prima e dopo il 2 agosto, elargiti a più riprese a partire dal febbraio 1979.
Milioni di dollari (quasi 15) che, scandagliando gli atti del processo per il crac del Banco Ambrosiano, la Guardia di finanza ha accertato essere provenienti da conti correnti svizzeri di Gelli. Solo da uno di questi, presso la Banca Ubs di Ginevra, rintracciato grazie a un manoscritto sequestrato allo stesso Gelli al momento del suo arresto in Svizzera nel 1982, e significativamente denominato «Bologna», sarebbero usciti 5 milioni di dollari. Uno di questi sarebbe stato addirittura consegnato in contanti dallo stesso Gelli, pochi giorni prima della strage, ai neofascisti.
I SOLDI SONO QUELLI del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, la «cassa» della P2, che sarebbero dunque serviti a finanziare anche i fascisti che eseguirono la strage, un commando più numeroso del solo gruppo di Fioravanti e Mambro, composto da elementi provenienti anche da Terza posizione e Avanguardia nazionale, tra loro Paolo Bellini, sicario della ’ndrangheta, nonché collaboratore di giustizia e reo confesso dell’assassinio, il 12 giugno 1975, del militante di Lotta continua Alceste Campanile. Il volto di Bellini è impresso in un filmato in Super 8 girato da un turista svizzero pochi istanti dopo l’esplosione della bomba. Un filmato in possesso fin dal 1985 dell’ufficio istruzione di Bologna. A riconoscerlo nelle immagini, anche la ex moglie.
La nuova inchiesta e le conclusioni del processo a Cavallini dimostrerebbero che i Nar furono tutt’altro che un gruppo spontaneista, come solitamente descritti, ma letteralmente il braccio armato della P2, interni a quell’intreccio eversivo rappresentato dalla loggia segreta di Gelli, dai vertici dei servizi e di alcuni apparati, con coperture nell’ambito della Nato. A riprova della loro natura, il rinvio a giudizio, per «false dichiarazioni al fine di ostacolare le indagini», anche di Domenico Catracchia, l’amministratore per conto del Sisde delle palazzine di via Gradoli, dove al civico 96 si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi, alias Mario Moretti, dove Aldo Moro fu inizialmente tenuto prigioniero.
Si è appurato che tra il settembre e il novembre del 1981, esattamente in quella palazzina, a quel civico, si fosse installata una base segreta dei Nar. Catracchia avrebbe detto il falso negando di aver dato l’appartamento in affitto a un prestanome degli stessi Nar.
INAPPUNTABILE il manifesto preparato per il 40esimo dall’Associazione dei familiari delle vittime: «La strage – recita – è stata organizzata dai vertici della loggia massonica P2, protetta dai vertici dei servizi segreti italiani, eseguita da terroristi fascisti».
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Strage di Bologna. 40 anni dopo di fronte alla verità
Tommaso Di Francesco, 02.08.2020, “Il Manifesto”
L'anniversario e la nuova inchiesta. Pier Paolo Pasolini scriveva: «Io so..Io so i nomi dei responsabili... della strage di Milano del 12 dicembre 1969, della strage di Brescia...ma non ho le prove». Stavolta le prove decisive sono sotto i nostri occhi
Come ricorda la Camera del Lavoro di Bologna è indimenticabile l’immagine del presidente Sandro Pertini, accorso nel 1980 tra le macerie della strage del 2 agosto, che piangendo disse: «Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia». Dopo 40 anni l’immagine del presidente Mattarella che incontra i parenti delle vittime della strage della stazione di Bologna rappresenta in modo paradigmatico l’anomalia democratica vissuta dall’Italia nel suo primo trentennio di vita democratica.
In nessun paese d’Europa, infatti, si è mai vista una scena simile: le associazione dei familiari delle vittime di una «strage di Stato» che incontrano il capo dello Stato anch’egli con un fratello ucciso dal terrorismo. La strage di Bologna segna un punto di congiunzione, un architrave di vicende storiche centrali per la vita del Paese. Essa connette, attraverso personaggi di spicco del terrorismo neofascista, degli apparati di forza dello Stato e delle organizzazioni eversive come la P2, la prima fase della strategia della tensione, nell’arco di tempo che va dal 12 dicembre 1969 fino all’attentato sul treno Italicus del 4 agosto 1974 alla delicata e drammatica transizione dell’Italia nella fase post-Guerra Fredda.
Nell’ultima inchiesta della magistratura, infatti, i rinvii a giudizio coinvolgono, tra gli altri, da un lato Paolo Bellini, ex fascista di Avanguardia Nazionale, reo confesso dell’assassinio del militante di Lotta Continua Alceste Campanile e poi implicato nelle cupe vicende delle stragi di mafia del 1992-93 che lo videro a contatto con il boss Antonino Gioè in Sicilia; dall’altro Domenico Catracchia, amministratore degli immobili di proprietà dei servizi segreti di via Gradoli a Roma dove nel 1978 (in pieno sequestro Moro) le Brigate Rosse avevano costituito la loro base operativa ed in cui poi nel 1981 trovarono alloggio esponenti dei gruppi fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, condannati per la strage alla stazione del 2 agosto 1980. Le accuse per coloro che vengono considerati i mandanti della strage di Bologna, se confermate, chiamano in causa gli apparati dello Stato e soprattutto quella classe dirigente di governo dell’epoca.
Che con esponenti come Federico Umberto D’Amato, Licio Gelli, Pietro Musumeci, Francesco Pazienza e Giuseppe Santovito ha «fatto politica» per decenni in chiave anticomunista e contro la Costituzione della Repubblica.
La condanna del gennaio 2020 dell’esponente dei Nar Gilberto Cavallini, aggiungendosi a quelle definitive di Fioravanti, Mambro e Ciavardini, conferma non solo la sostanza della pista nera ma apre scenari finalmente importanti sulle responsabilità di più alto livello istituzionale che permisero ai neofascisti di colpire di nuovo il cuore democratico del Paese. È questo il punto centrale, oltre che alla individuazione degli esecutori materiali, in cui si concentra il nodo storico-politico intorno alla strage di quarant’anni fa che si colloca in quel peculiare contesto italiano descritto senza mezzi termini dall’ex capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Mario Arpino che di fronte ad una commissione parlamentare dichiarò: «Piaccia o non piaccia, ancora negli anni Ottanta, per noi un terzo del Parlamento italiano era il nemico».
Il progressivo approfondirsi di ricerca storica e indagini giudiziarie segnano in questo modo il venir meno di ogni ipotesi «alternativa» come la cosiddetta «pista internazionale» alimentata in primis da articoli di quel Mario Tedeschi, direttore de Il Borghese e poi senatore del Msi, che oggi viene indicato dalla Procura come uno dei mandanti-organizzatori dell’attentato e poi dal depistaggio tentato nel 1981 (la «operazione terrore sui treni») per il quale sono stati condannati in via definitiva Gelli, Musumeci, Belmonte e Pazienza.
Una falsa pista mirante ad attribuire le paternità della strage ad un «anello debole» che sia l’ex leader libico Gheddafi, ormai morto, o gruppi palestinesi, oggi politicamente isolati – dimenticando chissà perché di chiamarla casomai «pista del Mossad», visto il fatto, come ha ben raccontato Eric Salerno, che in quegli anni l’Italia diventa la «base operativa» di quel servizio segreto.
Comunque una pista estera funzionale ad una campagna volta ad affrancare dalle responsabilità di quella stagione, grazie ad una mescolanza di omissioni, oblii pubblici e convenienze politiche, non solo gli esecutori materiali ma soprattutto quei settori niente affatto marginali della società italiana delle classi dirigenti, militari e proprietarie responsabili del tradimento della Repubblica. Pier Paolo Pasolini scriveva: «Io so..Io so i nomi dei responsabili… della strage di Milano del 12 dicembre 1969, della strage di Brescia…ma non ho le prove». Stavolta le prove decisive sono sotto i nostri occhi.
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Dal web Bologna: www.zic.it 02 agosto 2020 - h.14:59
In corteo per il 2 agosto: “Strage fascista, strage di Stato” [video + foto]
Oggi il 40esimo anniversario dell’attentato in stazione. Commemorazione ufficiale in piazza Maggiore a causa delle restrizioni anti-Covid. C’è Casellati, che dice: “Chi azzarda interrogativi o verifica ipotesi non sia tacciato di depistaggio”. In centinaia raggiungono comunque piazza Medaglie d’oro. La matrice della bomba ricordata anche con uno striscione su A14-Tangenziale.

“2 agosto strage fascista strage di
Stato”. Con questo striscione, come annunciato nei giorni scorsi, centinaia di
persone stamattina hanno deciso di ricordare l’attentato alla stazione di
Bologna del 2
agosto 1980 muovendosi in corteo da piazza del Nettuno a piazza delle
Medaglie d’oro: un percorso che negli anni ha sempre accompagnato
l’anniversario della strage ma che questa volta, proprio nel 40esimo
anniversario, a livello istituzionale è stato negato con motivazioni legate
alla pandemia di Covid-19. Il corteo è partito dal Nettuno mentre in piazza
Maggiore si svolgeva la commemorazione ufficiale, secondo il programma
modificato di quest’anno ... leggi tutto linK: https://www.zic.it/in-corteo-per-il-2-agosto-strage-fascista-strage-di-stato-video-foto/
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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO –VA-
(Quart.Sant’Anna dietro la piazza principale)
e-mail: circ.pro.g.landonio@tiscali.it
---------------------------------------------------Archivio documenti storici.
DA RIVOLUZIONE COMUNISTA giornale Nr. 8/12 -agosto-dicembre1980
LA STRAGE DI BOLOGNA
Il massacro alla stazione di Bologna apre l'autunno di fuoco degli
industriali e dei banchieri, tesi a imporre i licenziamenti in massa,
la riduzione dei salari, il governo militare.
Nessun dubbio sulla matrice fascista e statale del massacro. Si levi
un'ondata di protesta proletaria contro lo squadrismo nero e lo Stato
protettore.
Guai a impaurirsi o tentennare di fronte al terrore statale o alla
Sua variante nera.
Ingaggiare la guerra di classe contro, padroni, Stato, seminatori di
stragi, a salvaguardia delle condizioni di vita e dello sviluppo proletario.
Organizzarsi nei comitati di difesa di classe, in ogni fabbrica e in
ogni quartiere. Organizzarsi nel partito rivoluzionario.
---
E' questo il titolo,un vero e proprio compendio, della presa di
posizione espressa attraverso un volantino, dal nostro Esecutivo
subito dopo l'attentato. Stiamo scrivendo a quattro mesi circa
di distanza dalla sanguinosa ecatombe (bilancio definitivo: 85 morti e
200 feriti).Fino ad oggi nessuna traccia dei ben riconoscibili
seminatori di morte: i giudici di Bologna
"brancolano
nel buio" !
Una dimostrazione ulteriore, questa, della stretta convivenza tra organi
giudiziari, reparti speciali e servizi segreti dello Stato.
I famigliari delle vittime non finiranno di subire umiliazioni se lo
sviluppo della lotta proletaria non scioglierà certi nodi: se non
metterà sotto processo lo Stato, i suoi apparati speciali, le sue
squadre "irregolari"; ecc.
Rivoluzione Comunista si è mossa e si sta
muovendo su una chiara linea di lotta al marciume politico-statale e
di organizzazione delle masse proletarie contro le tendenze di sviluppo
dell'economia di guerra. E chiede sostegno e appoggio su questa linea.
Prima di riportare, e col dovuto risalto, questa presa di posizione,
dobbiamo menzionare la intensa, estesa, mobilitazione messa subito in
atto dal nostro raggruppamento.
Il 2 agosto pomeriggio, nonostante il clima feriale, le sedi di
Milano e di Busto Arsizio sono nei quartieri e nelle piazze con
manifesti, ta-ze-bao e spikeraggi. Il 3 il raggruppamento organizza
interventi a Bologna. Il 4 attua piccole manifestazioni a Bologna e Torino. Il 5,
il 6, il 7, il 9, articola una serie di azioni capillari a Bologna, Genova,
Busto A. Milano (da Baggio a Sesto San Giovanni, dalle fabbriche dei
nostri nuclei operai ai punti di concentrazione operaia).
Questi i sintetici dati della nostra mobilitazione.
Ecco [qui sotto] ora il testo della presa di posizione.
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Compagni, proletari, donne, giovani,
sabato 2 agosto [1980], alle 10,25, uno scoppio terrificante disintegra un’intera ala della stazione ferroviaria di Bologna (quella delle sale di attesa del ristorante tavola fredda).
E’ un massacro di uomini, donne, bambini; della massa di gente che gremisce la stazione. Fino a questo momento(disponiamo delle notizie della sera del 2) si parla di circa 80 morti e di 200 feriti. Nel dare notizia, la radio e la televisione parlano di “sciagura” (alludendo allo scoppio allo scoppio di una caldaia o ad una fuga di gas) e non danno peso alla rivendicazione del massacro, che viene fatta subito dopo, dal gruppo fascista NAR. Solo in serata esse lasciano trapelare la probabilità dell’attentato.
Questo massacro è il frutto naturale di un tipico attentato reazionario, fascista e statale, attuato con una bomba ad alto potenziale, collocata, com’è costume dei “ bombardieri” neri e di Stato, in mezzo ai proletari, dove c’è la gente del popolo; ed in mezzo ai ferrovieri (una categoria operaia da tempo in agitazione). Nella sua fredda logica assassina questo ultimo attentato sintetizza e supera la atrocità della strage di piazza Fontana del 1969 (Milano) e di quelle di Brescia e del treno Italicus (a S. Benedetto Val di Sembro) del 1974.
E’ fin troppo chiaro, contro ogni interpretazione interessata che si rifiuta di capire o si rifugia nell’ “allucinamento” o la “follia”, il significato politico di questo eccidio. E’ un “progrom”, di mano fascista, manovrato dal potere statale, diretto a generare paura e psicosi nelle masse proletarie al fine di far passare la politica dei licenziamenti di massa programmati dai grossi gruppi industriali (Fiat, Montefibre, Snia, ecc.), l’ulteriore riduzione dei salari, la restrizione dei consumi alimentari, l’aumento della disoccupazione; e consolidare il governo militare. Altro che “destabilizzare” la situazione politica, come rimasticano i segretari dei partiti parlamentari, stabilizza la violenza statale, il controllo militare, l’autoritarismo statale.
Questo massacro apre “l’autunno di fuoco” degli industriali e dei banchieri, che, coi licenziamenti di massa, la riduzione dei salari, il prelievo forzoso sulle buste paga, cercano di salvaguardare i loro profitti, i pacchetti azionari, vogliono un governo che sia all’altezza della situazione, più aspra, di scontro sociale che si sta determinando. E’ uno spintone alle forze di destra a prepararsi a questo scontro; a mettere a tacere i dissenzienti del loro campo che ritardano, con le loro esitazioni, il cammino dello Stato autoritario e lo sviluppo dell’economia di guerra verso cui è arrivata l’Italia e il sistema imperialistico nel suo insieme.
Potremo avere, nei prossimi giorni, questo o quel particolare sul potenziale della bomba (o delle bombe) collocata nella sala di attesa di seconda classe; questa o quella ipotesi sugli attentatori (NAR); ma ciò non potrà intaccare il giudizio sulla matrice fascista e statale del massacro, sul suo inconfondibile significato controrivoluzionario, terroristico anti-proletario.
Guai ai proletari, ai giovani, alle donne; guai alle masse salariate, a non trarre le debite conseguenze da questa ennesima strage e a stemperarsi in esecrazioni verbali o in ripetizioni stantie di antifascismo democratico. L’unico modo di essere ANTIFASCISTI è lottare contro lo Stato cosiddetto “democratico”, i suoi commessi di destra e di sinistra (fascisti e democratici); battersi contro il controllo militare per la difesa degli interessi proletari, per l’iniziativa politica e l’organizzazione autonoma proletaria.
Non si deve dimenticare che la realtà d’oggi è una realtà militarizzata e che il governo Cossiga-Craxi è già un governo che si regge sui militari (Dalla Chiesa ecc.). Si levi, quindi, un’ondata di protesta proletaria, da ogni fabbrica e da ogni quartiere, contro i padroni, Stato squadrismo nero e seminatori di stragi.
Non impaurirsi, né tentennare, di fronte al terrorismo statale e alla sua variante nera; ma ingaggiare la guerra di classe, proletaria e rivoluzionaria, contro questi apparati dell’imperialismo della putrefazione e della violenza sanguinaria.
ORGANIZZARSI NEI COMITATI DI DIFESA DI CLASSE. ORGANIZZARSI NEL PARTITO RIVOLUZIONARIO.
APPOGGIARE, SOSTENERE, LE INIZIATIVE DI LOTTA E LA LINEA POLITICA DI RIVOLUZIONE COMUNISTA!
Milano, 3 agosto 1980.
P.zza Morselli, 3 cicl.in. prop.
L’esecutivo milanese e centr. di Rivoluzione Comunista.
Redazione e stampa: Piazza Morselli, 3 - 20154 Milano
Nuovo sito: https://www.rivoluzionecomunista.org
e-mail: rivoluzionec@libero.it
Leggi la copia originale dei manifesti del 1980 – 1
Leggi la copia originale dei manifesti del 1980 – 2
Da questa notte 1° agosto 2020 uno striscione ricorda a chi sta andando al mare che la strage di Bologna è una strage fascista ed è una strage di Stato, ricorda a chi percorre l’A14 e la tangenziale chi ha ucciso 85 persone il 2 agosto 1980. Di fronte ai tentativi sempre più infami di depistare e infangare la memoria delle vittime, è più che mai necessario ribadire che furono i neofascisti a mettere la bomba alla stazione, organizzati dalla P2 e coperti dai servizi segreti dello Stato italiano. La memoria è un ingranaggio collettivo.
Vag61 – Spazio libero autogestito

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Alcune domande sulle rivelazioni emerse di recente
Andrea Colombo, 02.08.2020, “Il Manifesto”
La nuova inchiesta sulla strage di Bologna. L’incontro Gelli Fioravanti, i soldi, le «coperture»? Punti che restano da chiarire
Da una decina di giorni giornali, siti e agenzie sono pieni di rivelazioni sui mandanti della strage di Bologna, individuati secondo la Procura generale di Bologna in Licio Gelli e Umberto Ortolani, i vertici della P2, con la complicità dell’ex capo dell’Ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato e dell’allora direttore del Borghese Mario Tedeschi e sull’esecutore materiale, indicato nell’ex fascista, ex malavitoso ed ex collaboratore dei servizi segreti Paolo Bellini. Le rivelazioni provengono tutte dalla Procura generale di Bologna. Per valutarle bisognerà aspettare che l’inchiesta sia conclusa e tutti gli elementi vengano resi noti. Al momento si impongono già alcune domande.
La prima è dove sono gli elementi nuovi in base ai quali la Procura generale di Bologna, dopo aver avocato l’inchiesta, ha scelto una strada opposta a quella della Procura di Bologna, non certo tenera nei confronti dei Nar, che, sulla base degli stessi materiali, aveva chiesto l’archiviazione.
IL «PEZZO FORTE» che sarebbe emerso è il frontespizio di un prospetto economico che sarebbe stato sin qui occultato e nel quale campeggia la scritta «Bologna 525779 X.S.». Il prospetto, noto sin dal 1981, è incomprensibile e dunque insignificante: cifre in colonna di destinazione ignota. Si allude alla cifra di un milione «consegnato contanti» senza specificare se si tratti di lire o dollari. Neppure il frontespizio dice nulla. Il punto chiave è l’occultamento, che induce a sospettare la volontà di nascondere un collegamento con la strage. Solo che l’occultamento non c’è mai stato. Il frontespizio è ampiamente citato dal pm Dall’Osso nel processo per il crack Ambrosiano del 1988.
Neppure gli accrediti che tirerebbero in ballo D’Amato sono una novità. Dalle carte sequestrate a Gelli nel 1981 risultano bonifici a favore di qualcuno con nome in codice «zaf». La novità è solo nella convinzione degli inquirenti che «zaf» stia per «zafferano» e che il nome in codice rimandi a D’Amato il quale, nella rubrica di gastronomia che curava per L’Espresso, aveva in un’occasione lodato le virtù della spezia.
Niente di nuovo, dunque, e niente che non sia già stato esaminato in diversi processi. Diverso sarebbe il discorso per l’informativa Digos a proposito di un incontro tra Gelli e Fioravanti nel quale il Venerabile avrebbe consegnato al capo dei Nar un milione di dollari. Se l’incontro fosse provato, anche senza traccia del pagamento, si tratterebbe in effetti di un elemento di grossissimo calibro. Su questo fronte però dalla Procura non è stato fatto uscire niente di concreto e anche le voci raccolte sono piuttosto confuse. A volte si parla di Gelli e Fioravanti nella stessa città, ed essendo Roma non sarebbe una gran notizia, altre volte di un incontro tra Gelli e imprecisati capi fascisti, come se non ci fosse differenza tra i Nar e gli altri gruppi di destra. Vedremo.
IN OGNI CASO il solo parlare di informativa Digos impone un’altra domanda: a quando risale? Che sia arrivata con 40 anni di ritardo è poco credibile persino per la burocrazia italiana, che sia stata raccolta nel corso degli ultimi decenni senza che nessuno ne sapesse niente nonostante una decina di processi sulla strage è altrettanto improbabile.
Peraltro non ci capisce bene perché, con le spalle coperte da una spia potente come D’Amato, Fioravanti si sia rivolto per trovare documenti falsi, come da tesi centrale dell’accusa nei processi per la strage, a un balordo di piccolo calibro e di nessuna affidabilità come Massimo Sparti. Non è neppure chiaro perché, con il milione di dollari di Gelli a gonfiargli le tasche, si sia dedicato già a partire dal 5 agosto 1980 a nuove rapine. Chissà. Forse un diabolico depistaggio…
Su Paolo Bellini, figura torbidissima, le domande sarebbero un elenco. Una su tutte: nei numerosi processi contro i Nar e per la strage compaiono più o meno di sfuggita tutti i nomi del neofascismo radicale di allora. Bellini no. Non lo nomina mai nessuno dei molti pentiti. Non lo conosce nessuno. Sarebbe interessante sapere se la Procura generale ha qualche elemento per ipotizzare un suo rapporto con i Nar o se, come molto sembra indicare, ha tirato a indovinare.